Centro Naima - Repressione delle emozioni dolorose - Centro di Psicoterapia Infantile Campano Naima

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Centro Naima - Repressione delle emozioni dolorose

Problemi specifici

Reprimere i sentimenti che fanno male non significa farli sparire. Così facendo infatti, diventano di solito più forti e più grandi, a causa di tutta la pressione che serve a tenerli nascosti.
Le emozioni represse ricompaiono sotto forma di sintomi nevrotici, malattie fisiche o comportamenti compulsivi, causando sofferenza a se stessi e spesso anche agli altri. È un po' come il principio della fisica che afferma che l'energia non può essere mai distrutta, soltanto trasformata.
Le emozioni represse possono cancellare tutti i piaceri e le gioie della vita.
Quando il mondo delle emozioni non viene condiviso, ci si può sentire molto soli e spaventati, perché i sentimenti dolorosi non condivisi tendono a crescere.
Quando si raccontano a qualcuno le proprie emozioni, poi sembrano meno gigantesche, meno spaventose e dolorose, e si riescono ad affrontare meglio.
Quando si hanno dei sentimenti repressi, si può chiedere aiuto a qualcuno che possa comprenderci. Non si deve sempre tenere duro, da soli.
Non prestare attenzione alle emozioni più difficili o cercare di distrarsi per non sentirle, non le fa andare via. Perché portarsi dietro il bagaglio del proprio passato, quando, con un po' di aiuto, possiamo liberarcene e vivere pienamente il presente?



Lo psicoanalista Winnicott ha coniato l'espressione autocontenimento. Autocontenimento significa affrontare le emozioni più dolorose o difficili da soli, ovvero l'atteggiamento contrario del chiedere aiuto. Quindi, i bambini che si autocontengono sono quelli che hanno rinunciato, o non hanno mai iniziato, a rivolgersi all'ambiente che li circonda in caso di disagio. Il risultato è l'assunzione di un atteggiamento di impassibilità, quello che gli adulti chiamerebbero «fare buon viso a cattivo gioco», o proseguire «dritti per la propria strada».
Per quanto un bambino che si autocontiene possa apparire socievole e simpatico, i suoi vissuti interiori rimangono assolutamente privati. È molto raro che questi bambini affermino di essere tristi, spaventati o arrabbiati. Il fatto è che sono convinti che chiedere aiuto per affrontare i loro stati d'animo sia una pessima idea, che li farebbe sentire peggio invece che meglio, poiché si vergognano a doversi raccontare agli altri, nel timore di essere rifiutati o fraintesi.
Questa sfiducia può persistere per tutta la vita. Un mondo in cui non esistono persone in grado di aiutare, è un luogo molto triste in cui vivere. Mentre giocano, in sede di terapia, molti bambini che si autocontengono, attribuiscono uno stato di impotenza ai tipici ruoli di soccorso.

Vi sono bambini (i cui genitori sono, ad esempio, depressi o emotivamente instabili) che pensano che raccontare le proprie emozioni potrebbe in qualche modo ferire le persone che li ascoltano. Questi bambini credono che le tali emozioni siano più grandi della capacità dell'adulto di contenerle. Decidono quindi, già in tenera età (di solito inconsciamente), di affrontare da soli i propri stati emotivi.
I bambini che si autocontengono trasmettono al mondo un messaggio del tipo: «Non ho bisogno di te» o, più in generale: «Non ho bisogno». E questo atteggiamento può entrare a far parte del loro modo di essere, in modo tale da portare loro stessi a credere che sia la verità.

Ecco alcune tipiche frasi di adulti che sono stati bambini che si autocontenevano:

  • «Non ho mai detto a mia mamma che da bambino ero terrorizzato dal buio»

  • «Non ho mai detto a mio padre che ero terrorizzato da mia madre»

  • «A scuola ero profondamente infelice, ma non l'ho mai detto ai miei genitori»




Com'è la vita di un bambino che non esprime le sue emozioni più difficili

In primo luogo, va detto che reprimere le proprie emozioni è un lavoro molto stressante e faticoso. La pressione interna che si genera nel tentativo di tenersi tutto dentro invece che esprimere quello che si prova, può essere percepita essa stessa come qualcosa di orribile. L'esigenza di scaricare la tensione in qualche modo diviene sempre più forte, man mano che la mente preme per liberarsi dai vincoli.
In poche parole, reprimere le emozioni è un modo veramente inefficace di affrontarle, perché le emozioni represse non sono sopite. Come disse Freud, esse «proliferano nel buio». Per questo, l'autocontenimento infantile è sempre destinato a rivelarsi un clamoroso insuccesso. Prima o poi, questi bambini daranno segni di scariche emotive, perché la tensione dovuta alla pressione crescente irrompe all'esterno. Di fatto, i bambini non possiedono le risorse necessarie a gestire da soli le loro emozioni problematiche.

Inoltre, quando le emozioni represse emergono, lo fanno sotto le forme più disparate:

  • agitazione

  • ansia

  • preoccupazione

  • incidenti

  • comportamenti compulsivi

  • disordini del comportamento

  • scoppi d'ira ingiustificati o nei confronti della persona sbagliata (esempio, l'aggressione fisica improvvisa di un bambino qualsiasi in cortile)

  • incapacità di concentrazione

  • disordini corporei, immaginari o reali (preoccupazione per «qualcosa che non funziona dentro di me», o effettivi sintomi fisici)

  • enuresi notturna

  • incontinenza, enuresi diurna o encopresi

  • incubi

  • malattie

  • isolamento dagli altri

  • fobie

  • azioni fuori controllo (rovesciare, versare. dimenticare o perdere le cose)

  • iperattività

  • passaggio ossessivo da un oggetto a un altro come modo per cercare di scappare dalla crescente pressione interna dovuta a emozioni troppo forti


Ad alcuni bambini viene diagnosticata una sindrome di ADHD (Attention Deficit Hyperactive Disorder), ovvero disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Se rimangono fermi per un certo tempo, o si concentrano su una cosa soltanto, potrebbero sentire lo stimolo eccessivo delle loro emozioni dolorose ed esserne sopraffatti o travolti.

In secondo luogo, trascorrere del tempo con un bambino che reprime troppe emozioni può risultare sfiancante. Si finisce con l'essere contagiati da quell'insostenibile livello d'ansia da cui il bambino sta cercando disperatamente di fuggire. Alcuni bambini cercano di dissimulare la loro tensione emotiva. «Che bravo!», potrebbe pensare qualcuno, «Che bravo a gestire così bene i suoi stati emotivi, senza disturbare o ferire gli altri». Ma il prezzo che pagano questi bambini, che apparentemente non disturbano la tranquillità di nessuno, è spesso molto alto. Come disse un adolescente: «Il mio modo di affrontare il casino di emozioni che avevo dentro era starmene tranquillo, ma stare tranquillo era un altro casino».

Malgrado alcuni bambini che si autocontengono possano non mostrare esteriormente alcun segno di scarica emotiva, è probabile che soffrano interiormente, in privato, di una grande preoccupazione o angoscia, di un senso di catastrofe o depressione. Sono soltanto più bravi di altri a fingere.



Cosa può succedere nella vita adulta di un bambino che continua a reprimere le sue emozioni


Poiché non condividono quello che provano e che sentono, per questi bambini le relazioni umane sono spesso poco appaganti e mancano di autentica intimità. Il fatto di offrirsi agli altri come Sé meramente pensante, e non come Sé pensante e senziente, fa sì che la loro compagnia dopo un po' risulti faticosa. Le altre persone percepiscono l'assenza di qualcosa, di un'essenziale dimensione di umanità, di una vita vissuta pienamente. Chi non condivide mai le sue emozioni più private può essere percepito, all'interno di relazioni strette, come noioso e frustrante, facendo sentire l'altro rifiutato.
Chi reprime le proprie emozioni per tutta una vita, potrebbe a un certo punto esplodere «con una forza oscura e violenta [...] un flusso interiore nero e rabbioso», come lo chiama Padel (1995). Questo flusso può venire diretto contro se stessi o contro gli altri. Altre volte può accadere che chi reprime le proprie emozioni sviluppi qualche grave patologia correlata allo stress: le persone che scelgono di mantenere private le loro emozioni più dolorose tendono ad avere un alto livello di cortisolo (ormone dello stress), che è deleterio per il sistema immunitario.

Succede che il contenimento delle emozioni funzioni benissimo per anni, ma che a un certo punto la repressione salti improvvisamente e inaspettatamente. Alcune forme di esaurimento nervoso in età adulta sono dovute ad anni e anni di repressione delle emozioni. «Le nostre emozioni più intense sono reazioni involontarie: non possiamo decidere quando farle irrompere» (Goleman, 1996).


Perché un counseling o una terapia per un bambino che reprime le sue emozioni?

Una buona terapia offre al bambino la possibilità di sperimentare in modo intenso la presenza di una persona benefica ed empatica. Molti bambini la vivono come un'occasione così arricchente, da far sì che nella vita adulta, in caso di un'eventuale sofferenza emotiva, si sentano di nuovo spinti a cercare qualcuno con cui parlare delle proprie emozioni, piuttosto che reprimerle per poi manifestarle sotto forma di sintomi nevrotici. Vorranno cioè circondarsi di amici capaci di intimità e di naturale empatia, evitando di frequentare persone aggressive, sfuggenti e poco comunicative dei propri stati d'animo. Grazie a questa sorta di «auto-aiuto emotivo», sia le persone sia gli eventi risulteranno essere meno faticosi, spaventosi e pericolosi da vivere.

Ovviamente, molti bambini che hanno represso le proprie emozioni per lungo tempo, non hanno nessuna voglia di iniziare a parlarne all'improvviso. Sono bambini che soffrono spesso di un profondo senso di sfiducia. Ciò nonostante, una relazione prolungata con un terapeuta può offrire loro il necessario senso di sicurezza e le condizioni adatte a far si che venga loro voglia di lasciarsi andare.

Terapeuti e psicologi hanno già lavorato intensamente su se stessi per elaborare le proprie sofferenze più profonde: i bambini lo percepiscono immediatamente, sentono che la persona che hanno di fronte non ha paura delle emozioni più forti e più dolorose e questo li fa sentire al sicuro. Di fatto, in assenza di un salvagente, il bambino non ha nessuna voglia di tuffarsi tra le onde di un mare in tempesta.

Per bambini che abbiano represso una gran quantità di dolore, rabbia o paura, un'ora di seduta alla settimana può diventare un immenso supporto per un lavoro di «decompressione emotiva». Quando si hanno sette anni, e non si sono mai digerite davvero le proprie emozioni, c'è parecchio su cui lavorare: una seduta occasionale, o una seduta soltanto, non sono però sufficienti per fornire al bambino quel sostegno psicologico necessario per sentirsi così sicuro da ripercorrere le proprie emozioni dolorose.

Per alcuni bambini l'aver trattenuto per lungo tempo le emozioni, può significare che si verifichi un'esplosione molto lunga e rumorosa, una volta che le lascino finalmente andare. Il terapeuta è in grado di sostenere proprio questo tipo di manifestazione, offrendo empatia, contenimento e sostegno psicologico. Una persona non allenata a questo tipo di lavoro potrebbe spaventarsi di fronte all'intensità di uno sfogo emotivo, e cercare di smorzarlo o di fermarlo in qualche modo.

Emma, sei anni

A scuola Emma ha difficoltà di apprendimento. Per la maggior parte della giornata reprime le sue emozioni; a un certo punto, esplode in un mezzo grido, per nessuna apparente ragione, e poi torna a essere la bambina anche troppo buona di sempre. Dopo due anni, in cui si ripeteva questo comportamento, inizia una terapia. Nell'ambito terapeutico. si permette di gridare davvero e di lasciarsi andare a tremori di paura. Lo fa guardando in faccia la terapeuta, che le tiene entrambe le mani. Emma aveva troppa paura dell'intensità della sua paura per farlo da sola, per questo non riusciva a concentrarsi sui compiti di scuola ed esplodeva in gridi incontrollati. La terapeuta ha scoperto che Emma era stata in passato ospite di un orfanotrofio. Spesso, per punizione, veniva chiusa a chiave in un armadio ed era troppo spaventata persino per lamentarsi e chiamare.

Come abbiamo visto, i bambini possono continuare a reprimere le proprie emozioni se associano il momento in cui le hanno espresse a qualcosa di orribile, come l'essere stati svergognati, criticati o ignorati. Quando, durante la terapia, si lasciano andare e gridano, piangono disperatamente o esprimono in altro modo le loro emozioni di terribile dolore o disagio, può accadere che si sorprendano nel constatare con sollievo che si sentono molto meglio e che nessuno e niente é stato danneggiato o distrutto dal loro sfogo.

Ecco alcune dichiarazioni di bambini che reprimevano le proprie emozioni, e che hanno vissuto l'esperienza di una terapia:

Ann, undici anni
C'era tutta la mia tristezza e poi il racconto di tutta la mia tristezza, e una cosa ha aiutato molto l'altra...

Simon, dodici anni
Quando Simon aveva dieci anni, sua madre ha portato nella loro casa un amante che io picI servizi sociali le hanno detto che doveva allontanarlo, perche Simon era a rischio.. Lei si e rifiutata. Cosi, per ragioni di sicurezza, il bambino e stato dato in affidamento. Simon si è sentito profondamente offeso e ferito. Si è sentito come se sua madre avesse scelto l'amante anziché lui. È precipitato in una fortissima depressione, ma non ha parlato a nessuno di come si sentisse. Dopo due anni che reprimeva le sue emozioni e si rifiutava di parlare, ha accettato di incontrare un terapeuta. Un giorno, dopo mesi di terapia, ha osato lasciarsi andare alla sua rabbia. All'inizio era terrorizzato. Ha detto che ogni volta che si arrabbiava, si riempiva di nuova rabbia. Pensava che le cose sarebbero andate avanti così all'infinito. Poi, a un certo punto, si è reso conto che la rabbia l'aveva riempito. Un giorno ha detto: «Sai, è buffo, oggi per la prima volta, ho sentito gli uccelli che cantavano, ho annusato il profumo dei fiori e ho visto com'erano belle le colline dietro casa». Prima di allora, la sua rabbia repressa aveva bloccato la vista di queste cose, come di tutte le altre meraviglie del suo mondo.

Bee, dodici anni
Bee reprimeva le sue emozioni. Adesso non vede l'ora che arrivi la seduta settimanale con la sua terapeuta.
«Ho bisogno che tu sappia come mi sento, che tu continui a saperlo sempre, e a saperlo e a saperlo. Altrimenti, sono tutta sola con le mie emozioni cattive. Ed è peggio l'essere da sola che le emozioni cattive».


brano tratto da:: M. Sunderland e N. Armstrong, "Aiutare i bambini a esprimere le emozioni", Trento, Erickson.

 
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