Centro Naima - Il modello di lavoro gestaltico - Centro di Psicoterapia Infantile Campano Naima

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Centro Naima - Il modello di lavoro gestaltico

Approcci


Il normale sviluppo e la crescita di un bambino sono parte essenziale di questo modello di lavoro. Nel bambino, lo sviluppo sano e ininterrotto dei sensi, del corpo, delle emozioni e dell’intelletto è alla base del suo senso del sé. Un forte senso del sé porta a un buon contatto con il proprio ambiente e le persone che ne fanno parte.

Il neonato è in stretto contatto con i suoi sensi: si crogiola nella sua nuova consapevolezza di odori, suoni, luci, colori, visi, sapori e sensazioni tattili. Si manifesta nella sua sensualità e in essa fiorisce. Presto diventa consapevole del proprio corpo e apprende di poter toccare, raggiungere, afferrare e buttare per terra. Muove le gambe, le braccia, il corpo e scopre il controllo e la padronanza. Man mano che il corpo e i sensi raggiungono nuove vette di consapevolezza, lo stesso accade alle emozioni.

Il neonato non fa alcuno sforzo per nascondere le emozioni; anzi, le esprime pienamente. Quando un bambino è arrabbiato, noi lo sappiamo. Quando è felice, lo sappiamo. Sappiamo quando è ferito o spaventato, quando è tranquillo o beato. Il neonato ha già scoperto che quei suoni che aveva sentito, e che poi aveva riprodotto da sé, avevano un significato; che potrebbe cominciare a comunicare verbalmente con gli altri per rendere noti i suoi bisogni: prima tramite suoni, poi con le parole e infine con le frasi. Via via che il suo intelletto si sviluppa, il neonato comincia a esprimere  curiosità, pensieri, idee. Nel frattempo i sensi e le percezioni fisiche raggiungono livelli di sviluppo sempre più sofisticati. Il bambino finora non ha problemi di autostima; si limita semplicemente a essere. In ogni senso, è un essere esistenziale.

Presto i bambini imparano che la vita non è perfetta, che viviamo in un mondo caotico, un mondo di contraddizioni e dicotomie. In più, i genitori che tirano su i figli hanno le loro difficoltà personali con cui misurarsi. I bambini imparano ad arrangiarsi e compensare. Molti se la cavano bene a vivere, crescere e imparare. Altri, no. Molti bambini classificati come bisognosi di aiuto hanno una cosa in comune: un indebolimento delle funzioni di contatto. Gli strumenti del contatto sono guardare, parlare, toccare, ascoltare, muoversi, odorare e gustare. I bambini problematici sono incapaci di fare buon uso di una o più funzioni di contatto nelle loro relazioni con gli adulti della loro vita, con gli altri bambini o con l’ambiente in genere. Il modo in cui usiamo le nostre funzioni di contatto costituisce la prova della nostra forza o della nostra debolezza. Poiché un forte senso del sé predispone a un buon contatto, non c’è da stupirsi se quasi la totalità dei bambini che vanno in terapia non ha molta considerazione di sé, malgrado possano fare di tutto per non farlo trapelare.

I bambini piccoli non danno la colpa dei loro problemi ai genitori o al mondo esterno. Piuttosto, credono di essere cattivi, di avere fatto qualcosa di sbagliato, di non essere abbastanza belli o brillanti. Eppure, a un qualche livello, c’è una fortissima volontà di sopravvivenza, la volontà di spuntarla. C’è ancora qualcosa del neonato puro dei primordi. In qualche modo i bambini si auto-proteggono. Alcuni si ritraggono per non essere feriti. Alcuni inventano fantasie per divertirsi e rendersi la vita più facile e vivibile. Alcuni sono tutti gioco-casa-scuola (poiché è tutto collegato) come se niente fosse e lasciano fuori dalla porta tutto ciò che è doloroso. Alcuni si auto-proteggono trovando il modo di emergere; questi bambini attirano molta attenzione, il che spesso tende a rinforzare proprio quel comportamento che gli adulti detestano. I bambini fanno quello che possono per riuscire, per sopravvivere. La loro è una spinta verso la crescita. Nonostante le lacune e le interruzioni nel funzionamento naturale, essi sceglieranno un qualche comportamento che li aiuti a venirne a capo.

Potranno comportarsi in maniera aggressiva, ostile, rabbiosa, iperattiva. Potranno chiudersi in un mondo di loro invenzione. Potrebbero parlare il meno possibile o non parlare affatto. Potrebbero cominciare ad avere paura di tutto e di tutti o di qualcosa in particolare che tocca la loro vita e le persone che ne fanno parte. Potrebbero diventare eccezionalmente “buoni” e compiacenti, in maniera eccessiva. Potrebbero attaccarsi morbosamente agli adulti della loro vita. Possono bagnare il letto, farsi la cacca addosso, avere l’asma, allergie, tic, mal di pancia, mal di testa, incidenti. Non ci sono limiti a ciò che un bambino può fare nel tentativo di soddisfare i suoi bisogni.

Con l’adolescenza, questi comportamenti possono diventare più marcati oppure sfociare in altri, quali la seduzione e la promiscuità oppure l’uso eccessivo di alcol e altre droghe. Dietro questi tentativi di arrangiarsi ci sono sempre dei bisogni insoddisfatti che sfociano nella perdita del senso del sé. A volte il bambino agisce sulla base di idee che non gli appartengono, non sono legittimamente sue. Spesso i bambini crescono credendo a tutto quello che sentono dire sul proprio conto, inghiottendo per certo informazioni errate. Ad esempio, una bambina può credere di essere stupida perché il padre, in un momento di rabbia l’ha chiamata stupida. Può cogliere un tacito messaggio di fondo, del tipo “sei imbranata” perché i genitori ridono ogni volta che le cadono oggetti dalle mani o perchè sono continuamente impazienti di fronte ai suoi laboriosi tentativi di fare le cose. I bambini spesso assumono le caratteristiche e le descrizioni che hanno raccolto dagli altri e le mettono in pratica.

Allora il processo terapeutico può essere finalizzato ad aiutare il bambino a separare se stesso da queste valutazioni esterne e dai concetti errati di sé e aiutarlo a riscoprire il suo essere. Quindi, sembra necessario tornare indietro e ricordare, riguadagnare, rinnovare e rafforzare qualcosa che una volta esisteva nel neonato, ma che ora sembra smarrito. Via via che si risvegliano i sensi e che l’individuo comincia a riconoscere il proprio corpo, potrà riconoscere, accettare ed esprimere le emozioni perdute. Apprenderà che può fare delle scelte e verbalizzare le sue richieste ed esigenze, i pensieri e le idee. Imparando a conoscersi e ad accettare se stesso, l’individuo entrerà in contatto. Tutto  questo è possibile tanto a 3 quanto a 83 anni.

Il lavoro terapeutico con i bambini e gli adolescenti deve quindi essere focalizzato sulla ricostruzione del senso di sé, rafforzare le funzioni del contatto e rinnovare il contatto con i suoi sensi, il corpo, le emozioni e l’uso dell’intelletto. Nel frattempo, è possibile che decadono le condotte e i sintomi usati per un’espressione e una crescita impropria, senza che il bambino si renda pienamente conto del cambiamento in atto. La sua consapevolezza viene così indirizzata nuovamente a una sana considerazione delle proprie funzioni del contatto e del proprio organismo, dunque verso condotte più soddisfacenti.

Il bambino si sviluppa attraverso l’esperire. La consapevolezza è così strettamente legata al fare esperienza che non c’è l’una senza l’altra e viceversa. Allo stesso modo, via via che in terapia il bambino sperimenta i suoi sensi, il suo corpo, le sue emozioni e il modo in cui può usare l’intelletto, riacquista un sano atteggiamento verso la vita. Secondo questo modello è necessario far fare quindi al bambino tutta l’esperienza possibile, laddove ne ha più bisogno, incoraggiandolo a prendere consapevolezza del suo processo esperienziale.

Vi sono quindi un’infinità di tecniche specifiche per aiutare i bambini a esprimere le emozioni, ad esempio attraverso l’uso del disegno e della pittura o anche usando materiali come la plastilina, i pupazzi o i giochi. A parte quello che si decide di fare ad ogni seduta, lo scopo di base non  cambia. L’obiettivo è quello di aiutare il bambino a prendere consapevolezza di se stesso e della sua esistenza nel suo mondo.

brano tratto da:: Oaklander V., Windows to Our Children: A Gestalt Therapy Approach to Children and Adolescents, Gestalt Journal Pr, 1988.

 
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